Valeria Luiselli, Carte false

In uno dei suoi componimenti in prosa*, César Vallejo, tra i più grandi poeti di lingua spagnola, paragona la casa a una tomba, perché entrambe, secondo l’autore peruviano morto a Parigi alla vigilia dell’entrata della Francia in guerra, vivrebbero esclusivamente della presenza umana, impressa nelle loro pareti come un sigillo. Carte False, di Valeria Luiselli (La Nuova Frontiera, traduzione dallo spagnolo messicano di Elisa Tramontin), si apre con l’incontro di un altro poeta, Iosif Brodskij, che l’autrice cerca per le stradine del cimitero di San Michele a Venezia con lo stesso procedere di chi cerca la casa di un amico e, non conoscendone il numero civico, si avvicina alla placca del citofono per trovare la prima lettera del cognome.
Luiselli sa che il viaggio da Città del Messico alla laguna non andrà a vuoto, non solo perché è sicura di trovare il poeta russo – considerato che “una persona ha soltanto due residenze permanenti: la casa dell’infanzia e la tomba” (p. 11) –, ma anche perché non dubita d’avere buone probabilità di non rimanere delusa dall’incontro con un morto. Se, per caso, dovesse succedere il contrario, non avrebbe l’imbarazzo di dissimulare il proprio disappunto, perché nessuno s’offenderebbe, nonostante la religione ci abbia insegnato a essere educati con i defunti.

Da Venezia a Venezia, dunque, attraversando l’oceano Atlantico. Perché lo zibaldone dell’autrice messicana termina circolarmente, dalla tomba di Brodskij – insieme a quelle di Ezra Pound, Luchino Visconti e Igor’ Stravinskij – , alla sua, non ancora costruita ma già idea di patria per chi, “senza crisi d’identità e ancora passivamente atea” (p. 114), vorrebbe trascorrere il resto dell’eternità su un’isola che, vista dall’aereo, “potrebbe sembrare un enorme libro rilegato” (p. 12).

In mezzo, tra il braccio di mare e la muraglia che dividono l’isola dalla terraferma, Luiselli delinea una geografia personale con cui dà forma letteraria alle porzioni di mondo che esplora. Le dieci sezioni di cui si compone il libro sono suddivise in unità narrative che seguono l’incedere lirico dell’epitaffio, incedere che è però alieno da ogni retorica o enfasi, il cui scopo è onorare lo spirito di osservazione e la capacità di conversare con i morti. Con gli appunti e gli scontrini dei bar nelle tasche, per raccogliere i pezzi di una rappresentazione topografica “su scala dell’immaginazione umana” (p. 35), il percorso va da Ramón del Valle-Inclán e Julio Cortázar, a Marguerite Duras a Rubén Darío, Stevenson e Roberto Arlt; dalla cartoteca di Città del Messico, dove il leitmotiv degli eroi e delle tombe si manifesta nei bauli-sarcofagi di mogano in cui sono conservate le mappe risalenti all’epoca del Porfiriato, a Madrid, sul Manzanares, dove “gli sfiatatoi emettono un gemito come di balena e un vapore fetido che si adagia sul Paseo de los Melancónicos come una bellissima coperta asfissiante” (p. 58).

Così, in una delle ultime sezioni del libro, il girovagare diventa marcatamente libresco: s’impara, insieme all’autrice, a muoversi come gli sradicati che, stando sulla soglia, cercano di tradurre innanzitutto se stessi, come Beckett. E se, “imparare a parlare è rendersi conto, a poco a poco, che non possiamo dire niente a proposito di niente” (p. 70), la mente, tuttavia, non può che essere raminga, “trascinando i piedi come un mendicante in cerca di parole che ancora non sono state divorate fino al midollo” (p. 73, Luiselli cita George Steiner).
In fin dei conti, per dirla con Herman Melville, i luoghi veri non sono mai segnati sulle carte ma, anche senza mappe né guide turistiche, è probabile, con la lettura, seppur mai certo, con la scrittura, che ci si possa arrivare.

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* “[…] Una casa vive únicamente de hombres, como una tumba. De aquí esa irresistible semejanza que hay entre una casa y una tumba. Sólo que la casa se nutre de la vida del hombre, mientras que la tumba se nutre de la muerte del hombre. Por eso la primera está de pie, mientras que la segunda está tendida.”

“No vive ya nadie…”, in César Vallejo, Poesías completas, RBA, Barcelona, 2001, p. 143.

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Una precedente versione di questo testo è apparsa su Doppiozero l’1 aprile 2014.

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