Quando i creoli muoiono, vanno a Parigi

Como, Mississippi. L’intonaco gonfio di umidità si solleva dalla parete accanto al palco, proprio sopra la latta delle mance. L’aria del ventilatore con gli inserti in rattan secca i pezzi di muro che, cadendo, si sbriciolano sul pavimento. Daniel, sulla quarantina, biondo luminescente e appesantito, è appena tornato da un lungo viaggio in Guatemala con i figli: per imparare la lingua; temprare il carattere; irrobustire la consapevolezza del privilegio, che non è mai determinato da caratteristiche soggettive, bensì da fenomeni economici e sociali di portata mondiale. Va bene, ma quanti figli ha? Usa un plurale generico e non dice i nomi. Dove saranno adesso, nel motel con la moglie? Impossibile, si è separato l’anno scorso: l’ha appena detto. Dove sono allora le creature del benessere responsabile?

Daniel ha qualcosa a che fare con la sezione canadese di Amnesty e pare una brava persona, sebbene ci sia del mistero attorno alla faccenda della progenie: li ha lasciati in auto? Sono già partiti in aereo e lui prosegue con calma da solo?

Dice che non è possibile andare verso sud, lungo il Delta, senza prima essere passati per Louisiana, e pare uno scherzo, perché non è dello stato federato che parla, ma di un paesotto in Missouri. Dice che la zattera ci sta aspettando ormeggiata oltre la ferrovia e che è colpa nostra se, passando, non l’abbiamo vista. Bisogna tornare indietro, allora. Sono sette ore. Sette e sette fa quattordici, due giorni di viaggio inghiottiti nel ritardo sulla tabella di marcia, tutto per un portamonete che non contiene monete, è un sacchettino da dare a una certa Marie, che, a sua volta, ci aspetta a New Orleans.

 Louisiana è nella Contea del Luccio, ha poco più di tremila anime, una chiesa, un cimitero, vari fast food, un paio di self-service all-you-can-eat e un’importante comunità acquatica di voraci predatori dal muso bislungo e i denti forti, le cui carni potrebbero essere apprezzate dai turisti se solo ce ne fossero.

È fatta di casette di legno ritinteggiate con le verande e, nelle verande, i divani sfondati, i divanetti, le poltrone, i sedili, le sedie spagliate, tutti punti d’osservazione sul nulla dove si passano volentieri le ore a guardare il granoturco e i mulini a vento in miniatura nei giardini del vicinato.

Ha una trentina d’anni e varie ciocche bruciacchiate dal sole l’hippie che se ne sta seduto sul muretto di Wendy’s a indottrinare un pollo. Più pontifica sulla scelta etica di vivere su una zattera come Huckleberry Finn, più il pennuto gonfia il petto d’orgoglio muovendo isterico la testolina.

Non sopporterei di portarmela appresso un altro giorno, mi dice. Tieni, indica il pollo, era di sua madre, pulita ed essiccata, con tutti gli ossicini e le unghie intatte.

Un vegano esperto in pratiche voodoo: prendo il sacchettino, dentro c’è la zampa, ringrazio con un leggero ritardo rispetto ai tempi della conversazione perché, a questa altezza del corso del fiume, la parlata si sfianca come le immense varici sugli arti acquitrinosi del Mississippi, rendendone difficile la comprensione.

La zattera è a qualche decina di metri da noi, il pollo ci segue gagliardo. È un viavai di ospiti che vogliono contribuire alla riuscita dell’impresa regalando all’equipaggio prodotti ortofrutticoli di stagione per la sussistenza.

Dobbiamo sbrigarci, New Orleans è ancora lontana e Marie perde facilmente la pazienza, non può più aspettare.

I più timidi se ne stanno al di là della passerella d’accesso al natante, portano sacchetti di pomodori, bietole, pannocchie, i più audaci salgono a bordo e si gettano nell’arena, schiamazzano. Parlano con troppa scioltezza di tutto, dall’autoriduzione a certi ingredienti segreti del gumbo, fino a sostenere, un predicatore metodista, che Red Smiley abbia composto molti dei suoi successi in Sicilia, durante una lunga degenza in un ospedale militare, ospedale dove si dice abbia perso un polmone intorno al ‘43.

Il predicatore sventola teatralmente del sedano in uno slancio emotivo verso l’Italia, mentre al pollo gli si surriscalda la testa: adora i toni accesi, forse gli allentano i freni inibitori, inebriandolo a tal punto da farlo sembrare epilettico. “È difficile stabilire la verità su questo uccello”, dice la grande Flannery O’Connor. Quando le facevano domande sui segreti dello scrivere narrativa, attaccava puntualmente a parlare dei suoi pavoni, cugini illustri di questa povera bestia che ora mi guarda in preda al delirio mistico.

La zattera funziona, porta sul groppone cataste di cianfrusaglie ma funziona, scivola sull’acqua, il suo movimento regolare contraddice il borbottio subacqueo di un fluire a più livelli e direzioni, spesso anche controcorrente, quando a ordinarlo al fiume è la voce grossa degli uragani. Ma il Mississippi non è più quello di una volta, mi spiega il predicatore. Forse non lo è mai stato. Ora gli aneddoti, le suggestioni, i racconti, le citazioni, galleggiano tra la nafta delle chiatte e i liquami maleodoranti scaricati dalle imprese prossime al fallimento. In questo paradiso batteriologico, chi s’azzarda più a convincere le giovinette che affollano la tradizione delle murder ballads a farsi affogare di nuovo sulle sue rive? Certo, la loro morte tragica è una liberazione dalle sofferenze terrene, che pesano invece sulla testa degli assassini, ma chi vorrebbe morire con il gasolio e gli scarti industriali tra i capelli?

Nonostante la riluttanza delle giovani vittime protagoniste di queste storie truculente, ancora oggi il Mississippi tracima dalla geografia alla retorica, come espediente, i cui confini sono ridefiniti costantemente e il cui potere evocativo implica sempre un’ambivalenza, soprattutto se associato alla simbologia religiosa, dove la vita e la morte non confliggono, anzi, si giustappongono sempre. È di nuovo il predicatore a farmelo notare, mentre la zattera procede verso sud: il Grande Fiume è una figura a doppio fondo, lo scorrere vigoroso nasconde la potenziale carica mortifera delle sue acque, il disfacimento e la putrescenza della materia. L’acqua bianca dove fluttua il corpo della vergine uccisa viaggia parallela al fondo infido e torbido dell’acqua marrone dove annaspa chi ha infangato il nome della propria famiglia macchiandosi di un crimine efferato. Non di rado questa ambivalenza coinvolge il fiume stesso, luogo di rigenerazione spirituale – il battesimo per immersione delle chiese protestanti – e di perdizione, tradizionalmente e letterariamente associata, nel Sud, alle sregolatezze e gli eccessi del sangue creolo, corrotto da secoli di promiscuità interraziale.

Colto da un attacco di fame, il predicatore è costretto a interrompersi, va a cercare qualche altro gambo di sedano passando accanto al pollo: lo stato di esaltazione costante in cui è immerso il disgraziato sembra concedergli qualche sporadica tregua solo nel sonno.

Lo vuoi sapere un proverbio di queste parti? Moshe, un mulatto di due metri che conosco dopo parecchie ore di viaggio, vive nei sobborghi di New Orleans, a due ore dal Quartiere Francese. La sua casa unifamiliare si trova accanto a decine di case unifamiliari sventrate nel 2005 dall’uragano Katrina, sulle cui pareti esterne è possibile leggere ancora oggi “Do not demolish” in lettere cubitali di vernice rossa. Non è un ammonimento, piuttosto una preghiera. E l’augurio di poter tornare ad abitarle, un giorno, quando non saranno più meta del turismo da catastrofe, per il quale è anche stata preparata una guida audio su cd che è possibile richiedere in alcuni motel.

Lasciamo la zattera e arriviamo in auto dalla Louisiana Highway One. Diluvia. Moshe deve darci le ultime istruzioni: un solo passo falso potrebbe infastidirla a tal punto da indurla a suonarle di santa ragione ai malcapitati che le sono a tiro. Marie è la regina del voodoo, cari miei, è irascibile e lunatica, ma vi ascolterà. D’accordo, e il proverbio? When creoles die, they go to Paris. Ma entrate, vi prego.

Salutiamo Moshe soddisfatti: abbiamo l’indirizzo della casa dove alloggia lo spirito di Marie Laveau e sappiamo cosa fare. Ora ho anche qualche informazione in più sugli hippies e la loro zattera. Tanto per cominciare, non sono un manipolo qualsiasi di abbraccia-alberi, bensì membri onorari della Società Internazionale di Criptozoologia che, sciolta alla fine degli anni Novanta, ha continuato a occuparsi informalmente di alcune questioni, tra cui la liberazione dei gallinacei destinati al sacrificio nei rituali del culto vuduista. Ora è tutto più chiaro, il pollo è un sopravvissuto, il suo è un disturbo da stress post-traumatico, si dice anche nevrosi da guerra, in effetti ha combattuto contro i morti per poi tornarsene di qui completamente pazzo. È uno splendido esemplare di scemo di guerra dal piumaggio iridescente.

Saint Ann Street. La casa è al numero 205. Sgomitando l’aria, ci facciamo strada tra il chiacchiericcio disordinato degli spettri in febbrile attesa di un cenno da parte della sacerdotessa: è domenica e, come tutte le domeniche, prima di assistere alla Messa di Père Antoine, noto per la celebrazione di matrimoni misti intorno alla fine del Settecento, Marie offre al vicinato defunto una colazione franco-creola con i fiocchi: caffè di cicoria, uova, café au lait, croissants francesi e beignets freschi. Appoggiamo il sacchettino sulla tavola imbandita e iniziamo a recitare la preghiera d’intercessione per la grazia ai pennuti innocenti.

Portatemi con voi in Europa e non sarà più fatto del male a nessun pollo. Take me to Paris, portatemi a Parigi.

Non è dato sapere se la colpa sia da attribuire ad un’incomprensione linguistica o allo sfacciato senso dell’umorismo di qualcuno tra gli ospiti presenti al banchetto, fatto sta che la Signora Laveau ora sposta casse di cedrata nel magazzino dell’osteria dei Paris, nota famiglia di ebrei socialisti trasferitasi, negli anni Quaranta, in uno sputo di paese della bassa bergamasca, sulle rive del fiume Adda. In quel luogo dimenticato persino dagli spiriti, i Paris hanno fatto fortuna grazie all’acquisto di una delle prime macchine per quello che oggi chiamano “gelato soft” ma che all’epoca era conosciuto come il gelato alla fiamma dei Paris, grazie all’immaginazione di alcuni compaesani. Nulla a che vedere dunque con le mirabolanti coppe di gelato servite in alcuni ristoranti italiani con l’aggiunta di liquore infuocato, semplicemente quei coni di panna e cioccolato parevano delle fiammate bicolori che i bambini inghiottivano veloci mentre pedalavano verso casa.

Da qualche mese a questa parte non si sono più verificati casi di sparizione del pollame nella Contea del Luccio. In compenso, non si hanno più notizie dei tre figli maschi del socio di una nota organizzazione non governativa con sede anche in Canada. Marie è felice; se non fosse fatta solo di energia e gas, i Paris, stanchi, arricchiti e riconoscenti, le avrebbero già intestato l’attività. Il pollo si è trasferito a Lerici, passa le giornate intrattenendo lunghi rapporti epistolari, la gente del posto lo chiama Byron.

Una precedente versione di questo testo è apparsa su Doppiozero il 19 giugno 2014.

Lascia un commento