Non sapevamo giocare a niente

Passando in rassegna la narrativa per l’infanzia e l’adolescenza dal marcato carattere progressista, nel bel saggio intitolato Non ditelo ai grandi (Don’t Tell the Grown-Ups, 1989), Alison Lurie afferma: “Certi autori possiedono lo straordinario dono di restare bambini vita natural durante, di continuare a vedere il mondo come lo vedono ragazzi e ragazze e di schierarsi istintivamente dalla loro parte” (p. 22, trad. it. Francesco Saba Sardi). 

Non sapevamo giocare a niente, di Emma Reyes (trad. it. di Violetta Colonnelli, Edizioni SUR, 2015) non è un libro rivolto ai giovanissimi. Tuttavia, si sono volute citare le parole della scrittrice e studiosa statunitense perché in queste ventitré lettere indirizzate a Germán Arciniegas, Reyes ha saputo fissare nello stile una concezione del mondo immaginifica che molto ha a che vedere con la categoria letteraria presa in esame da Lurie. Tale categoria comprende “i testi sacri dell’infanzia”, quei libri che, come Le avventure di Tom Sawyer e Alice nel Paese delle Meraviglie, anziché mostrare vite e condotte edificanti, suggeriscono strategie di esplorazione antagoniste, fondate sull’appropriazione del mondo per insubordinazione e ingegno. Così, la scelta di Emma Reyes di raccontare la propria infanzia all’amico (figura intellettuale molto nota in Colombia) coincide con la netta, seppur travagliata, decisione di una presa di posizione in favore di quella bimbetta strabica e miserabile che è stata.

In una delle lettere, tutte inviate tra il 1969 e il 1997, Reyes confessa, come se stesse disobbedendo per la prima volta a una lunga autocensura: “Ci sono momenti in cui tutto mi sembra confuso e non so se nell’insieme è possibile seguire la storia. Io non lascio copia perché scrivo di getto e ogni volta non mi ricordo più quello che ho scritto prima” (p. 35). Nella stessa lettera, rimprovera a Arciniegas di non correggerle la prosa, lasciandola quindi in balia di una narrazione che a lei sembra, ed è in errore, confusa e poco comprensibile.

Dovranno passare molti anni prima che la memoria faccia il suo dovere, il tempo necessario affinché quest’ultima giochi un brutto scherzo alla famosa pittrice colombiana (più celebre in Francia che in patria), facendole iniziare a scrivere, quasi per gioco, un’autobiografia incastonata nell’“inclemenza dei duri sentieri d’America e più tardi [ne]i favolosi sentieri d’Europa” (p. 29).

Di fatto, è un importante evento della politica francese a riportarla agli anni in cui viveva a Bogotà. Lì, in una stanzetta fetida vicino a una fabbrica di birra, iniziò il lento rimescolamento su carta dei ricordi e con essi delle immagini più dure della storia di un paese, la Colombia di inizio secolo, che lungo la seconda metà del Novecento avrebbe potuto meritarsi un destino migliore. 

Così, trasferitasi a Parigi, mentre assiste alle dimissioni e alla plateale uscita di scena del Generale de Gaulle, Emma si ricorda improvvisamente di un altro illustre decorato, il Generale Rebollo, un pupazzo che modellò nel fango con un amico e che per qualche tempo divenne l’eroe della discarica dove si riuniva con i compagni di gioco, tutti figli della miseria. Anche il generale Rebollo a un certo punto cadde in disgrazia, e i bambini ne usarono il petto per fabbricare pallottole di fango. 

Non è azzardato vedere in quest’idolo di terra malsana la rappresentazione totemica di quella catena di eventi politici e sociali che, dalla Revolución en Marcha (1934 – 1938), sfociò poi nella tragedia collettiva che fu l’assassinio del leader populista Jorge Eliécer Gaitán (1903 – 1948). 

Sono proprio gli anni immediatamente antecedenti al fragoroso capitombolare di un instabile equilibrio politico quelli narrati da Reyes, nella cui sventura riecheggiano le disgrazie di un’intera nazione: “Ti sembrerà strano che io riesca a raccontarti nei dettagli e con tale precisione i fatti di un’epoca così lontana. Lo penso anche io, un bambino di cinque anni che abbia una vita normale non potrebbe ricostruire con tanta fedeltà la propria infanzia” (p. 75).

Disgraziata fin dal concepimento – come molti dei protagonisti delle pagine più importanti della letteratura latinoamericana, da Juan Preciado (Juan Rulfo, Pedro Páramo) a Teresa Batista (Jorge Amado, Teresa Batista stanca di guerra) – Emma non conosce né il nome dei genitori, né il luogo della sua nascita, né tantomeno il motivo per il quale è stata affidata, con la sorella Helena, alle cure di una donna dispotica e violenta. Tuttavia, seppur cresciuta con le botte, Nené, come la chiamava la sorella, non è un personaggio infantile dotato di una passività irreparabile. Le molte situazioni in cui si trova coinvolta, determinate dall’altrui prepotenza, non le affronta mai con il buon senso della vittima, una bambina abituata a seguire i consigli dell’autorità e votata all’accettazione del destino che le è stato imposto da una struttura sociale di matrice feudale, cattolica e corporativa. Stretta costantemente e fin dalla culla nella morsa delle necessità della sopravvivenza, non smette di sognare a occhi aperti, anche quando le fantasticherie si trasformano in deliri mistici. 

Così, a poco a poco, impara faticosamente a giocare con le compagne del convento in cui è stata rinchiusa, perché anche le innocue attività fanciullesche sono fatte di norme che, se ignorate, possono essere feroci pretesti per l’esclusione.

Mentre la bimbetta selvatica si addomestica al gioco, la famosa pittrice, colei che espone le sue opere accanto a quelle dei muralisti messicani, impara le regole di un altro tipo di simulazione della realtà, quella della scrittura, alla quale lei, autodidatta in tutto, non avrebbe dovuto nemmeno avere il permesso di accedere. Invece se ne appropria, con la cautela di chi ha imparato a compitare tardi, e, per non inciampare, si aggrappa più volte al suo interlocutore, che la sprona a continuare dimostrando vivo interesse per le vicende narrate: “Mio caro Germán, nonostante la tua discretissima lettera, mi sono accorta che muori dalla curiosità di sapere chi era la signora dai capelli lunghi” (p. 19). 

È cambiato tutto, quegli anni e quelle sofferenze sono lontani, eppure Emma ha la stessa forza di quell’orfana piena di pidocchi che faceva suo il mondo guardandolo attraverso il buco negli occhiali di cartone nero che avrebbero dovuto raddrizzarle gli occhi.

Non poteva saperlo: stava anticipando, analfabeta, la genesi stessa della sua scrittura, così simile ai fili dorati che usava per ricamare le enormi e sontuose stoffe nel laboratorio del convento.

Questo testo è apparso su Doppiozero il 5 marzo 2016.

In copertina una delle immagini d’archivio più celebri e rappresentative del Bogotazo, la rivolta popolare scatenata dall’uccisione di Jorge Eliécer Gaitán.

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