María Gainza, Il nervo ottico

Il pittore giapponese Tsuguharu Fujita non ha ancora trent’anni quando, sedotto dalle avanguardie europee, decide di partire alla volta di Parigi. Non sa riconoscere i contorni della capitale francese, perciò durante lo scalo a Londra scende dalla nave per non farvi più ritorno, credendo d’essere arrivato. Negli anni successivi, una volta sbarcato in Francia, adorato nei salotti e applaudito dalla critica, cambierà persino il cognome, diventando Monsieur Foujita, una vera e propria celebrità i cui graziosi lineamenti esotici erano stati notati fin dalle sue prime apparizioni in acque europee (“«Che carino!» sospirano le donne quando vedono passeggiare sul ponte del Mishimaru quel giapponese dagli occhi sottili come foglie di bambù”).

Uno dei suoi autoritratti col gatto dipinti in quegli anni è conservato nel Museo Nazionale di Belle Arti di Buenos Aires, dove la protagonista de Il nervo ottico (Neri Pozza, trad. di Marco Amerighi) va spesso, tutte le volte che sente la necessità di guardare lateralmente la propria vita, da una prospettiva che agevoli la capacità di fare ordine nei ricordi. Sa che l’allenamento dello sguardo sui quadri con cui ha imparato a conoscere la storia dell’arte durante gli anni della sua formazione ora è diventato un privilegio ottico di cui godere nei momenti di confusione e di sconforto.

Tsuguharu Foujita
 

In effetti, è la stessa María Gainza a spiegare, durante un’intervista per il giornale argentino Página/12 (8/10/2014), come la creazione di un personaggio femminile a lei molto simile (ed è, non a caso, la silhouette di Gainza ad apparire sulla copertina del romanzo) le abbia permesso di scrivere un libro a metà tra una (auto)biografia per immagini e, al contempo, una guida intima ai principali musei d’arte di Buenos Aires. È il suo piano B, sostiene l’autrice, perché nessuno l’avrebbe mai pagata per riscrivere quelle descrizioni così poco accattivanti delle opere esposte nella sua città, allora si è lanciata nella scrittura di un romanzo che ha la parvenza di una “guida capricciosa”, come lei stessa la definisce, ai luoghi dove va a rifugiarsi, in compagnia di Gustave Courbet, Henri Rousseau, Alfred de Dreux, Toulouse Lautrec…

Nelle pagine de Il nervo ottico le vite dei pittori amati dalla protagonista si legano alle vicende familiari e ai ricordi d’infanzia attraverso il fluire spedito di associazioni che scaturiscono sempre da increspature della sfera affettiva. Grazie alla capacità della donna di percepire e apprezzare la specificità del racconto pittorico, i quadri si trasformano in finestre da cui sporgersi per vedere avvicendarsi altri personaggi e conoscere nuove storie, contemporaneamente alla scoperta di retroscena che non si limitano all’aneddotica ma che, al contrario, valorizzano, segnalandoli, gli snodi cruciali dell’evoluzione delle espressioni artistiche.

Nulla si svolgerebbe sotto gli occhi del lettore (vedremmo solo una donna seduta a contemplare un quadro), se, volta per volta, la protagonista non lo accompagnasse per mano nelle pieghe della sua memoria, perché è simultaneamente spettatrice interna e centro di coscienza che trascina in un tessuto narrativo in cui scompare la distinzione tra personaggi e soggetti pittorici, tra protagonisti e figuranti.

È così che a un certo punto, nel quarto degli undici capitoli di cui si compone il libro, la narrazione si sposta sulla storia dell’eccentrico Tsuguharu Fujita. Al gatto di Fujita citato poc’anzi è legata la digressione sul lungo viaggio del pittore in Europa. Essa fa da cerniera per introdurre uno dei tanti personaggi femminili che si susseguono senza interruzione nei capitoli del romanzo, Alexia, l’amica d’infanzia, che, proprio come l’ammaliante artista giapponese, sente di non appartenere al luogo in cui è nata (“lei ambiva alle vette più alte, e contava di scalarle molto presto”).

In una narrazione che si spinge fino ai primi anni di vita della protagonista, la presenza della madre occupa le pagine più suggestive del romanzo (insieme a quelle dedicate alla cugina dei collage verdi e azzurri). La caratterizzazione del personaggio passa anche attraverso la digressione sulla poetica delle rovine, che il giovane Hubert Robert (di nuovo la trama attinge dalla storia dell’arte) rese celebre ma che non inventò, avendola mutuata dal suo maestro, René Slodtz. Sì perché con notevole maestria, Gainza sceglie di accostare le immagini dei giardini delle dimore aristocratiche ottocentesche riempiti di “false rovine elegantemente sparpagliate qua e là” alla scena della madre che fugge in mutande all’ambasciata statunitense dopo un incidente domestico, probabilmente perché, così schiava dei cliché, non riesce a fidarsi dei suoi concittadini. Per non parlare del terrore che le scatena la prospettiva di un declino economico del paese, dei suoi effetti sociali, lei che ha sempre guardato il passato della nazione con nostalgia.

A questa autoindulgenza, che porta con sé un intorpidimento dello sguardo, Gainza sembra contrapporre la diplopia di cui soffriva da bambina, per essere in grado di “leggere sempre in almeno due modi diversi” la realtà.

Questo testo è apparso su L’Indice (giugno 2018).

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