Il mascarâr di Coia

È venuta giù un’acqua fuori dalla grazia di dio, guarda lì, ha sparpagliato tutte le zucchine. Anche i pomodori: tutti guasti, gonfi. Quelli che ho raccolto stamattina non si lasciano mangiare, Renzo indica l’orto recintato, coperto da una rete verde sottile fissata a sei pali di legno: questa è per la grandine, ne scende parecchia, è normale, vedi, anche l’uva è coperta, altrimenti la rovina tutta. Qui a Coia piove tanto, è il pisciatoio d’Italia, ma come quest’anno, guarda, una roba da non credere. Agita un vasetto di vetro, sembra contenere del sale. No, dice, sono germogli di pino mugo messi a sciogliersi nello zucchero, si sciolgono se arriva il sole, dice, altrimenti lo sciroppo non lo prepariamo, cosa ci vuoi fare, quest’anno è così.

Scendiamo in auto verso il paese. Dopo un paio di chilometri, a sinistra, proprio di fronte al Cjscjelàt – quello che rimane del Castello Frangipane, dove ogni anno, il sei gennaio, bruciano legna, sterpame, fieno per il Pignarûl Grant – c’è il garage-laboratorio: Remo ci accoglie con un got di sgnape, un goccetto di grappa, e mi lascia fare qualche fotografia. Elettricista e scultore, è un mascarâr che lavora il legno da più di venticinque anni per ricavarne i volti grotteschi e triviali delle maschere che animano il carnevale di Tarcento.

Non darmi del Lei ché poi non capisco, devo fare la traduzione in testa e mi viene difficile, Remo picchietta l’indice sulla tempia, ha una risata energica. Questi sarebbero i tomâts, vedi, con qualche krampus in mezzo.

Non è cuoio, non è carta, è legno. Noi qua usiamo il tiglio, ma anche la betulla, il pioppo, il cipresso, il giunco. Il cirmolo, invece, me lo portano dal Trentino. È leggerissimo il cirmolo, lo scelgono alcuni amici che lavorano nei boschi su là.

Poi vanno colorati. I personaggi li invento o interpreto le celebrità, questo per esempio è Brežnev, da.

Faccio io le caricature, le prendo dai giornali o dagli animali, ma è il pezzo di legno il primo a dire la sua. Mica le tolgo le malattie del legno, le faccio diventare parte del personaggio, diventano bubboni, bernoccoli, nei, cose che aiutano a definire la personalità della maschera. Una volta scolpito, il personaggio va svuotato, li svuoto giù da basso, servono attrezzi più grossi, qui faccio solo la fisionomia, non li svuoto, altrimenti sporco tutto e non va bene.

Il tomât deve essere indossabile, allora va fatta la svuotatura, prendi le maschere di Venezia ad esempio, quelle sono un lavoraccio, vanno svuotate tutte, la forma è nel vuoto.

Tomât o burutine, holz, faceres in ladino, Lorv’n le chiamano a Sappada, Krampus in Val Canale, obličje in Slovenia: dalla Valle d’Aosta lungo tutto l’arco alpino ci sono maschere per non farsi riconoscere durante il Carnevale, fino all’Ungheria addirittura. Qui ognuno si costruiva il suo tomât e poi andavano a prendere in giro le autorità, sto parlando degli anni Quaranta, sotto il Duce, si facevano di nascosto e poi andavano distrutti, bruciati, perché era pericoloso usare la stessa maschera l’anno dopo. Prendevano in giro il prete e il podestà, insomma, tutta quella gente lì.

Venivano bruciate, per questo ne sono andate perse tante. Avessi conservato tutte le mie maschere ora sarebbero più di duecento. E bon, la vedi quella radio? È una radio a valvole, si accende, funziona ancora, ma solo per quelli che mi stanno sulle balle, allora l’accendo, dentro c’è il cd, “deve scaldarsi un po’” dico, poi faccio finta, attacco il cd e via, non li ascolto più, guarda che ti faccio vedere.

Insieme alla mazurca parte la risata di Remo: lo sai, Renzo, io con questa ci sentivo Radio Capodistria.

Mio papà era un mascheraio, quando ho iniziato io? Non lo so. So che tra le prime cose che ho fatto c’è questa piccozza, l’ho fatta per ricordarmi della Naia, vedi, c’ho scritto sopra “ai miei vent’anni”, non m’interessava niente della Naia, m’interessavano i vent’anni, quelli sì. All’epoca alle ragazze piaceva ballare. Oh bestia se ballavano!, ti ricordi, Renzo? Spero che anche la signorina qui balli di tanto in tanto.

Balli?

Facevamo le scenette giù al paese, giravamo per le case, ci davano qualche lira, del pane, uova, vino, salame, farina, una volta anche i sottaceti, e poi la sera facevamo le feste, voi non le fate più le feste così belle come le facevamo noi. Renzo è d’accordo, annuisce con la testa e guarda il pavimento, dice, Remo, ma tu hai fatto anche qualche krampus, vero? Sì, ne ho fatto qualcuno su ordinazione.

I krampus sono, com’è che ti spiego, sono un po’ cinghiale, un po’ belzebù, un po’ sbilf, un misto mare per intenderci, anzi, un misto montagna, son cattivi, oh bestia se sono cattivi!, escono dai boschi con le fruste, spaventano i bambini. Scendono in Val Canale, fino a Ugovizza, la notte di San Nicolò, ma qui da noi arrivano il sei gennaio, dopo l’accensione del Pignarûl Grant, il falò che illumina tutta Tarcento: “Fum a soreli jevât, cjape il sàc e vâ a marcjât; fum a soreli a mont, cjape il sàc e vâ pal mont”, se il fumo va a levante prendi il sacco e vai al mercato, se il fumo va a ponente vattene per il mondo perché qui sarà un’annata dura.

Remo e Renzo vivono da sempre su questa collina, insieme ai loro compaesani, una quarantina di persone circa. È più facile organizzare una festa di paese qui che un’assemblea condominiale in qualsiasi altro posto. Se qualche volta hanno lasciato Coia poi però sono sempre tornati, anche se il fumo, spesso, ha puntato verso ovest.

Questo testo è apparso su Doppiozero l’1 settembre 2014.

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