Elogio della forma breve: 5 libri per Natale

Le Feste si avvicinano. Molti le passano in famiglia, al caldo, protetti dalle incursioni dell’aria del Nord che scavalca le Alpi, al riparo dai grattacapi sul lavoro, che possono ragionevolmente essere lasciati fuori dall’uscio di casa a mulinare nel vento, almeno fino all’affacciarsi del nuovo anno. Poi, dopo avere passato le notti ad aspettare negli androni, i grattacapi si attaccheranno di nuovo al cappotto di chi riprende a uscire presto, quando fuori ci sono ancora il buio e la brina.

Così, mentre i finestroni dei supermercati rimangono illuminati fino all’ora in cui i bambini vanno portati a letto, e tutt’intorno – per dirla con Calvino e Marcovaldo vestito da Babbo Natale per le consegne della ditta Sbav – si sente “scorrere […] il flusso dei beni materiali e insieme del bene che ognuno vuole agli altri”, l’attenzione vira dall’ufficio alle mura domestiche, dai fogli di calcolo alle guarniture. Come ogni anno, infatti, ci si trova di nuovo a vagliare ipotesi su portacandele, tessuti, centrotavola e cosette luccicanti con cui il venticinque (o il ventiquattro) si brillerà in famiglia per gusto e originalità.

A onor del vero, non tutti vivono allo stesso modo il giorno più lieto dell’anno. Alcuni, infatti, preferirebbero un viaggio in mare aperto o un volo nello spazio. Per esempio, Dino Buzzati mette il signor Scrooge su una turbonave diretta al largo dell’oceano Atlantico, così quest’ultimo può far perdere le proprie tracce mentre fratelli e nipoti si preparano per i festeggiamenti.

Se ci si vuole tenere a distanza da pranzi e cenoni, ma si ha paura dell’acqua, meglio non pensare all’oceano e cambiare itinerario. I protagonisti di una celebre storia narrata da Ray Bradbury, allo scoccare della mezzanotte terrestre di New York, ammirano dall’esosfera, nella cabina buia di una navicella, i bagliori delle stelle e dei pianeti.

I racconti “ Lo strano Natale di Mr Scrooge” e “Il dono”, così come “I figli di Babbo Natale”, da cui viene la citazione di Italo Calvino, sono contenuti nella raccolta Racconti di Natale (Einaudi, a cura di Fabiano Massimi, introduzione di Nico Orengo).

Ebbene, sia che ci si voglia imbarcare per Marte, sia che si pensi ininterrottamente a come allestire il più bel pranzo di Natale di cui il parentado possa avere memoria, il racconto, vale a dire quella forma letteraria breve dotata di autonomia estetica rispetto alla poesia e al romanzo, è per tutti l’alleato ideale. Questo perché la “seduta”, l’unità di misura indicata da Edgar Allan Poe per una lettura attenta e completa di un testo di poche pagine, può egregiamente far fronte alle esigenze delle festività moderne.

Nel primo caso, infatti, vale a dire il viaggio interstellare, un libro di racconti aiuta ad ammazzare il tempo al razzoporto, mentre gli agenti dell’Interplanetaria controllano il biglietto e i documenti.

Nel secondo caso, invece, quello del banchetto natalizio, fare frequenti pause di lettura, mentre si accarezza l’idea di apportare variazioni all’ormai consolidato menù famigliare, scongiura il pericolo di un tracollo psicofisico proprio durante la sfilata degli antipasti, perché sciogliere le tensioni fa bene, soprattutto se a distrarci è la storia di qualche pasticcio altrui.

Ed è proprio con un bel pasticcio che inizia Natale a Thompson Hall, di Anthony Trollope (traduzione di Chiara Rizzuto), tra gli scrittori inglesi più prolifici della seconda metà dell’Ottocento. Il libro, appena ristampato da Sellerio, contiene alcuni tra i racconti che Trollope scrisse sul Natale, forse i più belli. Si apre con il testo che dà il titolo alla raccolta, una divertente parodia del sistema di valori della società vittoriana. Si tratta dell’increscioso caso dell’impacco di senape che la protagonista della storia, la rispettabile signora Brown, applica accidentalmente non al marito, querulo e cagionevole, bensì a un “gagliardo sconosciuto”. Lo sgomento provato nel riconoscersi incapace di distinguere il consorte da un altro uomo mina la percezione che la donna ha di se stessa. Il viaggio dei coniugi Brown verso Thompson Hall, dove vorrebbero trascorrere il Natale insieme ai loro cari, rischia di essere mandato a monte dall’imbarazzante episodio, che, a causa della catena di frottole che la donna racconta, si trasforma in un fatto di pubblico dominio. Tuttavia siamo a Parigi, e il cataplasma è di senape francese: ciò che è percepito come una disgrazia da una superba matrona britannica può infine rovesciarsi nel suo opposto…

È ambientato nella capitale francese anche “Ptosi”, dell’autrice messicana Guadalupe Nettel, contenuto nel libro Petali e altri racconti scomodi (La Nuova Frontiera, traduzione di Federica Niola). Ha come protagonista un fotografo medico specializzato in oftalmologia, innamorato di una donna che vuole correggere con la chirurgia plastica l’aspetto del suo viso, deturpato dalla pesantezza della palpebra sinistra, di circa tre millimetri più chiusa rispetto alla destra. Ciò che la donna considera un difetto è per il protagonista l’indizio dell’unicità di uno sguardo che ha saputo intercettare i meccanismi del suo desiderio. Tutti i personaggi del libro di Nettel sono in qualche modo a disagio, insofferenti, e la voce narrante di ciascun racconto erode con maestria l’esistente, facendoli traballare, perché la superficie su cui si muovono non regge più il peso della loro inadeguatezza.

Di Edgar Allan Poe è la raccolta intitolata Marginalia (Adelphi, traduzione di Cristiana Mennella). Pur trattandosi del maestro del racconto breve, non sono racconti. In questo caso, infatti, la brevità assume la forma del commento critico folgorante, l’appunto estemporaneo, la divagazione, che l’autore scrisse sulle pagine di altri volumi: “Nel procurarmi i libri, mi son sempre premurato di avere un margine spazioso […]”.

Questi testi brevi e brevissimi hanno in comune con la short story la fiducia riposta incondizionatamente nell’immaginazione del lettore. Egli è chiamato a essere parte attiva nel gioco di ricostruzione dell’intelligibilità di elementi che, attraverso il recupero filologico, si sono potuti muovere dalla dimensione paratestuale a quella testuale, affrancandosi dalla necessità di uno spazio altrui, quello delle opere su cui erano appuntati. Marginalia raccoglie tracce, indizi, che il padre della detective story moderna ha disseminato e di cui ora la storia della letteratura s’impossessa per la gioia di quella peculiare specie di lettore che osserva la pagina di uno scritto come il detective la scena di un delitto, riconoscendo a colpo d’occhio quali degli elementi accessori nascondono la chiave per la soluzione dell’enigma.

Le abilità investigative si sviluppano anche attraverso la lettura ludica dei dizionari. Questa è senza dubbio una forma estrema dell’ardimento letterario, causata da un’eccessiva predilezione per la prosa breve, che spinge a considerare persino i termini presentati in ordine alfabetico come elementi estetici autonomi, in grado di promuovere, al pari dei racconti, un patto con il lettore. In entrambi i casi, un racconto e la voce di un dizionario, tale patto è fondato sulla possibilità di intravedere le premesse e le promesse, vale a dire gli elementi intertestuali al pari delle potenzialità narrative. Così, perdersi dentro un dizionario vuol dire varcare la soglia dello spazio testuale –  le righe dedicate alla spiegazione del significato di un’espressione – per trovarsi da un’altra parte, nel territorio vastissimo dell’invenzione, dove scorrazzano liberi immaginari, voci e storie.

Tra i primi e secondi piatti, nessuno si accorgerà dell’assenza di chi, fingendo di andare in bagno, raggiungerà invece la borsa dove custodisce il Dizionario dei luoghi letterari immaginari, di Anna Ferrari, edito da UTET, per intraprendere un lunghissimo viaggio nei domini sconfinati della fantasia, mentre ai parenti parrà d’aver perso di vista il commensale solo per qualche minuto, il tempo di scegliere tra una polpetta e un peperone ripieno.

Di questo testo è stata pubblicata una versione adattata per Eppen, il portale dedicato alla cultura e al tempo libero di Bergamo e provincia.