Dal balcone di Tita si vede il Magdalena

Le vetrine e gli infissi dei negozi sudano, nel tropico alle otto il sole è già alto, pretende attenzioni, il caldo però lascia indifferenti gli abitanti del quartiere, che rincorrono autobus e chiamano taxi dandosi da fare con le gambe e con le braccia. Io, invece, pur evitando accuratamente corsette e movimenti bruschi, spero di non prendere fuoco. Il timore non è campato per aria, non sto vaneggiando, sento che da un momento all’altro potrei morire per autocombustione interna. A chi volesse chiedermelo, o peggio, a chi avesse in testa idee sbagliate sul mio conto, potrei persino garantire che tra me e l’ipocondria ora pare che ci sia la possibilità di una tregua, un compromesso – l’ho lasciata in Italia: esci, fai quello che vuoi, chiama pure le tue amiche, andate al parco, a fare yoga, l’aperitivo, non mi interessa – quindi io sto bruciando per davvero sotto il bollente splendore del mattino caraibico.

La luce rimbalza dalle teste ricce al cemento malconcio dei viali del Prado, il quartiere storico della città, progettato negli anni Venti del secolo scorso per l’élite mercantile della costa, quando nulla in questo isolato era malconcio, anzi, tutto era bianco e dotato di archi e colonne anch’essi bianchi. Siamo a Barranquilla, in Colombia. È il 29 ottobre 2013.

La radio Emisora Atlántico trasmette dalla settantaduesima il suo popolare notiziario. Ooooo-límpi-caaa incalza la concorrenza dallo studio accanto, mentre un capannello di quarantenni staziona di fronte ai vetri della Reina Fm, la regina del vallenato.

In strada, il clacson ha due funzioni: aiuta il traffico a regolarsi autonomamente, prescindendo da semafori e precedenze, e serve ai conducenti per lanciare complimenti non richiesti alle passanti. Le ragazze mulatte rispondono a tono, sono compresse dentro taglie uniche di nylon colorato e hanno una prontezza di spirito che mi sveglia a cannonate il tarlo dell’invidia, in generale già molto vispo e laborioso anche senza l’aiuto dell’artiglieria pesante. Forse vengono da anni di allenamento, può essere che dopo il lavoro facciano dei corsi speciali e segreti, perché tirano frasi che sembrano borsettate ad alta precisione sul muso dei diretti interessati. A me, invece, sopraggiunge il nervoso ben prima della battuta, non riesco ad affinare l’ingegno attraverso l’uso pratico di quella calma che fa pronunciare loro la frase perfetta nell’istante perfetto, quello immediatamente successivo alla cretinata del maschio. È molto raro che io possegga questa prontezza, perlopiù succede solo al coperto, in momenti di rara lucidità e attenzione, nei taxi per esempio, dove accetto senza battere ciglio almeno due proposte di matrimonio al giorno, una all’andata e una al ritorno.

Da una settimana i miei pretendenti, tutti sulla cinquantina, con l’ernia al disco e almeno un mutuo per l’istruzione dei figli, mi accompagnano nell’archivio in cui sono depositati i manoscritti di Álvaro Cepeda Samudio, che è stato uno degli innovatori del panorama letterario colombiano della prima metà del Novecento. A dire il vero ho preso tre aerei e sono qui proprio per questo signore, morto a New York nel 1972. Tutto ciò che rimane sono i suoi libri e alcuni fogli colpiti dal fungo tropicale: è paradossale un archivio in una terra dove niente dura e tutto è condannato a corrompersi.

Gli autobus Trasalianco sbuffano carburante e raccolgono i pendolari in corsa senza fermarsi del tutto. Viaggiano con le porte aperte, anzi, le porte non le hanno proprio, i corpi spingono e le carni sporgono dalla lamiera verniciata.

Sugli ampi marciapiedi dissestati c’è chi offre a prezzi concorrenziali fette di aguacate, chi s’improvvisa vigile sventolando brandelli di asciugamani intrisi di sudore e grasso da officina, chi vende succhi di frutta preparati al momento e chi presta il proprio cellulare, 150 centavos verso qualsiasi operatore. Il risparmio, rispetto a Bogotà, è in media di 50 centavos al minuto, sulla costa infatti conviene sempre, me l’avevano detto.

Pochi isolati dividono l’hotel Barahona, dove alloggio, dalla casa di Tita Cepeda. I manoscritti di Álvaro Cepeda Samudio sono lì, l’archivio è privato, prima di riuscire a toccare quelle carte, va titillato un po’ l’ego alla vedova, che è una donna adorabile quando l’asma e i fantasmi non la perseguitano.

Arrivarci è facile, perché l’ultimo piano dell’edificio dei gerani malva, dove Tita vive oramai da sedici anni, è ben visibile dalla strada ed è anche un comodo punto di riferimento per fingere sicurezza coi tassisti, già citati con prodigalità quindi andiamo avanti.

Tita, che ha più o meno ottant’anni, stamattina deve andare a fare la spesa, e io l’accompagno. Il custode le ha già tolto l’auto dal garage. Quando il custode la toglie dal garage e la parcheggia davanti al cancello principale, i vicini sanno che la vedova Cepeda si metterà al volante, quindi si guardano bene dall’uscire di casa e attraversare la strada durante la partenza: ora noi infatti sembriamo un missile lanciato verso il supermercato più vicino.

Prima del lancio abbiamo bevuto un succo sul balcone – Da quest’altezza – dice Tita – si può vedere il punto in cui i soldati dell’esercito colombiano risalirono il fiume Magdalena, diretti verso Ciénaga. Ho comprato questo appartamento apposta, per vedere il fiume.

A Ciénaga i soldati diedero una mano alle guardie private della United Fruit Company a uccidere il maggior numero possibile di scioperanti. Questo nel 1928, il 6 di dicembre. A Washington si parla di 7 morti, ma a Ciénaga hanno tutti almeno un morto da ricordare.

È proprio nel Prado, “il giardino di Barranquilla”, come lo chiamavano agli inizi del secolo scorso, che Tita scopre William Faulkner. Ha quindici anni e ha appena traslocato nel quartiere con la famiglia vicino al collegio femminile Lourdes, del quale conserva un ricordo vivido, avendo conteso per anni la panca verde delle punizioni a Marvel Moreno, la più grande scrittrice colombiana della seconda metà del Novecento, anche lei originaria della costa atlantica.

Il merito della scoperta dello scrittore statunitense non va certo attribuito alle suore dell’educandato, piuttosto allo spirito d’iniziativa di Tita: la traduzione in spagnolo di Requiem per una monaca aveva già dato problemi in Colombia alla casa editrice argentina (gli amici di Borges) che l’aveva messa in circolazione. Nell’ambulatorio del nuovo medico di famiglia, Tita sottrae una copia di Santuario pubblicata nel 1945 a Buenos Aires.

Chi l’avrebbe mai immaginato! – esclama buttando tutto il peso del corpo all’indietro, mentre preme sull’acceleratore e l’auto impenna su un dosso artificiale.

Infatti, alla fine degli anni Quaranta, avrebbe conosciuto e sposato Álvaro Cepeda Samudio, lo sperimentalista tropicale, che era lettore entusiasta del premio Nobel statunitense. E qui c’entra tanto la letteratura del Sud degli Stati Uniti, quanto il Magdalena e lo sciopero delle bananeras di Ciénaga, perché Cepeda Samudio, autore del romanzo La casa grande, pubblicato nel 1962, fu intimo amico di Gabriel García Márquez, e William Faulkner influenzò entrambi.

Dall’archivio di Tita Cepeda

La casa grande, oltre che una tra le opere anticipatrici del cosiddetto Boom della letteratura ispanoamericana, è il romanzo della strage di Ciénaga, ricordata nelle pagine di Cent’anni di solitudine, in cui si racconta anche l’arrivo della compagnia bananiera:

“[…] I sospettosi abitanti di Macondo cominciavano appena a domandarsi che accidente stava succedendo, che già il villaggio si era trasformato in un agglomerato di case di legno con tettoie di zinco, popolato da forestieri che arrivavano da mezzo mondo con il treno, non solo nelle vetture e sulle piattaforme, ma persino sui tetti dei vagoni. I gringos […] costruirono un villaggio a parte, dall’altro lato della ferrovia, con strade bordate di palme, case con finestre protette da reticelle metalliche, tavolini bianchi sulle terrazze e ventilatori a pale appesi al soffitto, e vasti prati azzurri con pavoni e coturnici. Il settore era limitato da una rete metallica, come una gigantesca capponaia elettrificata che allo spuntare del giorno nei freschi mesi estivi s’anneriva di rondini bruciacchiate. Nessuno sapeva ancora che cosa cercassero, o se in realtà non erano altro che filantropi, e già avevano creato uno scompiglio colossale, molto più perturbatore di quello degli antichi zingari, ma meno transitorio e comprensibile”.  

Lo sciopero delle bananeras segna uno dei momenti di maggiore scontento di una classe eterogenea di lavoratori salariati che non possedeva alcun tipo di rappresentazione politica legittima ma che iniziava a organizzarsi in tutto il Paese. Nel novembre del 1928, dopo varie settimane di tensione, in tutta la zona occupata delle piantagioni, i lavoratori della United Fruit Company si riunirono nella piazza di Ciénaga. Chiedevano di potere parlare al governatore, ma al suo posto arrivò l’esercito colombiano, al servizio della compagnia statunitense. La notizia si diffuse rapidamente sui quotidiani di tutta la nazione. Lo sciopero della United Fruit divenne il simbolo della lotta contro un governo pronto a calarsi le braghe al cospetto dei cugini statunitensi.

Era l’inverno del 1928, anche se nel tropico non è così semplice parlare di stagioni. Ci si può orientare meglio con le fioriture e le fruttificazioni. Per esempio adesso, a Barranquilla, è l’epoca del succulento zapote e delle piogge energiche, prima che i venti dicembrini – che qui chiamano amichevolmente brezze – scoperchino case per giorni e giorni, rabbonendosi solo in tempo di Quaresima, dopo essersi divertiti a far saltare tubature e a sfilacciare cavi della luce. Le acacie sono in fiore, così come le bouganville, le cui macchie pesanti di rosso carminio ciondolano sulla strada dai cancelli.

Forse della Barranquilla di Álvaro Cepeda Samudio rimangono solo le ceibe secolari sulla cinquantaquattresima e il Magdalena, “un fiume color fango, immenso, che [manda] un lezzo rancido di caimani, di animali morti, di manghi in decomposizione dall’inizio dei secoli” (Marvel Moreno, In dicembre tornavano le brezze, Giunti, trad. Monica Molteni, p. 30).

Tita lancia un cespo di lattuga nel carrello.

È triste quest’insalata, dobbiamo lavarla col rum se le vogliamo mettere un po’ d’allegria – dice – e s’avvicina alla cassa tossendo. È così che l’asma bussa alla porta del torace, stasera potrebbero iniziare le crisi.

Saliamo in macchina. Tita salta tutti i rossi al grido di “Verde, que te quiero verde!”, dice che Lorca funziona sempre coi semafori, io mi faccio il segno della croce sperando che valga anche per gli atei. I tassisti, appoggiati alle loro auto, ci seguono con gli occhi.

Dall’archivio di Tita Cepeda

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